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CENNI STORICI

di GIGI VACCA

Adagiato sui primi contrafforti dell’Appennino Ligure-Piemontese a 295 metri sul livello del mare, a dodici chilometri da Acqui Terme, tredici da Ovada e trenta da Alessandria, si trova Orsara Bormida, piccolo centro agricolo che conta attualmente poco più di 400 abitanti. Il suo nome originario “Ursaria” (cioè terra degli orsi), evoca il feroce plantigrado che nell’antichità ne popolava il territorio, ricco di anfratti e caverne naturali scavate nella roccia. Le origini del paese si perdono nella notte dei tempi. Nell’antichità, la nostra zona era popolata dai Liguri, in particolare dalla tribù degli Statielli fondatori di Acqui (Aquae Statiellorum) tribù che, nel 179 a.C., venne sconfitta e sottomessa dai Romani. Non sappiamo se al tempo della conquista romana esistesse già sul territorio orsarese un insediamento umano. Nel 106 a.C. i Romani costruirono la Via Aemilia Scauri, (Via Emilia) importante collegamento stradale tra Dhertona (Tortona) a Vada Sabatia (Vado Ligure). L’altura utilizzata per costruire la torre e, in un tempo successivo, il castello d’Orsara, era un punto strategico di grande rilievo: permetteva il controllo dell’importante via di comunicazione da Sezzadio ad Acqui. Pensare, quindi, che, subito dopo l’apertura della strada romana, sia stato istituito sulla collina orsarese un posto fisso di avvistamento, non è un’ipotesi da scartare. Se questo non fosse avvenuto, dobbiamo, allora, spostare la probabile data di edificazione della torre di oltre un millennio: e cioè, arrivare, ai tempi delle incursioni saracene (il più funesto saccheggio di Acqui e del territorio circostante avvenne nel 933 d.C.). Risale, probabilmente, a quel periodo l’erezione in Val Bormida, in prossimità del tracciato della Via Emilia, di molte altre torri che, grazie alla loro posizione dominante, permettevano di avvistare per tempo l’avanzare delle orde barbariche. Ricordiamo, tra le tuttora esistenti, quelle di Visone, di Terzo, di Denice. Il giornalista tedesco Hans Bart, in una guida turistica da lui data alle stampe all’inizio del secolo scorso, riporta un’antichissima leggenda, molto diffusa, nel Settecento, in tutta la Val Bormida: “Vivevano ad Orsara dieci fratelli. Tre erano “sobri” e sette “ebri”. Partirono un giorno dal loro paese: i tre sobri si diressero verso oriente e fondarono Trisobbrium, oggi Trisobbio; i sette ebbri si avviarono verso occidente e fondarono Septebbrium, oggi Strevi. La leggenda, oltre a testimoniare l’origine molto antica di Orsara, tesse anche un elogio dell’ottimo vino prodotto, già allora, nella nostra terra. Nel 950 il territorio di Orsara andò a far parte della Marca Aleramica e fu assegnato al Marchesato del Monferrato: da allora in poi le sue vicende storiche saranno strettamente legate alle sorti dei potenti Marchesi monferrini. Per trovare la prima notizia scritta su Orsara dobbiamo arrivare al 1014. In un atto di Arrigo I, fra le terre donate dall’aleramico Ugone al Monastero di Fruttuaria, sono citati i beni posseduti in Orsingo (Orsara) e Maleria (Molare). Altra menzione è contenuta in un atto del 1155 con il quale Papa Adriano IV conferma al Capitolo acquese “quod habetis in Ursaria vel Ripalta”. Nel 1276 abbiamo, invece, la prima notizia sulla Chiesa di San Martino. Non si tratta, però, dell’attuale chiesa parrocchiale, dedicata anch’essa al santo di Tours ed eretta nell’anno 1660, ma dell’Oratorio della SS. Annunziata che si trova in prossimità del castello. In quell’anno il parroco di Orsara tale Guglielmo de Miribello veniva promosso canonico della Cattedrale di Acqui. Documento questo assai importante, perché testimonia l’esistenza nel nostro paese di una comunità già organizzata in parrocchia. I più importanti feudatari di Orsara, dopo i Del Bosco, furono nell’ordine i Malaspina, i Lodrone e i Ferrari. Il primo dei Malaspina a reggere il feudo di Orsara fu Federico che, perseguendo una mirata politica matrimoniale, sposò nel 1240 Agnese, figlia ed erede del Marchese Guglielmo Del Bosco. L’ultimo dei Malaspina fu Giovanni I, il quale morì senza lasciare discendenza maschile. Sua figlia, Violante, sposando, nel 1530, il capitano di ventura Giovanni Battista Lodrone, originario del Tirolo, gli portò in dote il feudo. Il Conte Giovanni Battista ebbe dalla moglie Violante quattro figli. Ai due maschi (Alberico e Ferrando) andò congiuntamente, alla morte del padre (1555), il feudo di Orsara. I Lodrone possedettero Orsara fino al 1597, anno in cui si estinse il ramo monferrino della celebre famiglia. Nell’anno successivo (1598) furono investiti del feudo i conti Ferrari, originari della vicina Rivalta che rimasero signori d’Orsara fino alla fine del feudalesimo (1797), ma mantennero la proprietà del castello sino al 1922. Orsara fu invasa e saccheggiata ripetutamente. Nell’agosto del 1631, durante la Seconda Guerra del Monferrato, avvenne il passaggio non indolore di un esercito di Lanzechinecchi. Nel registro dei morti, esistente nell’Archivio parrocchiale, alla data del 29 agosto, si legge: “Remigio Caraccia di Rivalta, di anni 30, ortolano della masseria Ganna,…. fu ucciso dagli Alemanni” Nel giugno del 1644, Orsara subisce da parte dell’esercito francese, acquartierato a Cassine, uno dei saccheggi più cruenti della sua storia. Il grave fatto è fedelmente riportato dal Ghilini nei suoi “Annali di Alessandria”. Altre uccisioni sono registrate nel Liber mortuorum della parrocchia: – 20 giugno 1644: “Antonio Pronzato è stato ucciso dai soldati francesi”; – 23 giugno 1664: “Matteo………è stato ucciso dai soldati francesi”. Il 28 aprile 1646 il castello d’Orsara fu occupato da una parte dell’armata francese, proveniente da Novi Ligure che si servì della torre per comunicare, a mezzo di fuochi e razzi, con il resto dell’esercito che si trovava a Cavatore. Dal 28 aprile al 17 maggio il maniero fu rinforzato con trincee e palizzate al fine di proteggere il ripiegamento dei Francesi. Ritiratosi il grosso dell’esercito in direzione di Novi, il 18 maggio furono presi prigionieri dai volontari monferrini, all’interno del  castello, tre ufficiali e 84 soldati. Nel 1708 tutto il Monferrato, quindi anche Orsara, fu assegnato a Vittorio Amedeo di Savoia; successivamente andò a far parte del Regno di Sardegna. Nel 1729 il territorio del Monferrato fu suddiviso in due province: Casale, capoluogo del Basso Monferrato ed Acqui da cui dipendevano i comuni dell’Alto Monferrato. Durante il periodo napoleonico Orsara appartenne al Dipartimento di Montenotte. Dopo il 1814 fu inserita nel X Mandamento (di Rivalta Bormida) della Provincia di Acqui e, successivamente, nel Circondario di Acqui, Provincia di Alessandria. I giovani orsaresi parteciparono numerosi alla Guerre d’Indipendenza d’Italia, conseguendo onorificenze e medaglie al Valor Militare. Ricordiamo fra tutti il capitano di artiglieria Ernesto Farinetti che, a Bezzecca nel 1866 (Terza Guerra d’Indipendenza), fu insignito dell’Ordine Militare d’Italia e dei Savoia, la massima onorificenza in campo militare. Lo stesso Garibaldi ammise che senza l’aiuto delle batterie comandate dal capitano Farinetti non avrebbe ottenuto, a Bezzecca la decisiva vittoria contro gli Austriaci. Nelle due guerre mondiali del secolo scorso, il nostro paese diede un grande contributo di sangue: 13 Caduti nella prima, 14 nella seconda, oltre ai feriti e agli invalidi. Grandi sono stati, infine, la laboriosità e l’ingegno dimostrati dai nostri concittadini che in numero cospicuo lasciarono Orsara per approdare ad altre terre, in particolar modo in Argentina, dove tuttora vivono e lavorano molti discendenti di emigrati orsaresi. Orsara, a fine ottocento sfiorava i 2000 abitanti. Attualmente, come si è detto, risiedono nel nostro paese poco più di 400 persone, in gran parte impegnate nella coltivazione della vite. Con le uve raccolte sulle soleggiate colline orsaresi si producono pregiati vini a denominazione di origine controllata, in particolare: Dolcetto d’Acqui, Barbera e Cortese del Monferrato.

IL MONDO CONTADINO

di GIGI VACCA

Parlare di mondo contadino significa rievocare una civiltà rurale arcaica che, immutata per secoli, è conclusa dagli anni 50 del Novecento per trasferimenti massici dei giovani verso le città industriali; concomitante meccanizzazione in agricoltura; accorpamenti di microproprietà agrarie in aziende di ampia produttività. Tuttavia cultura, organizzazione socio-economica, valori fondativi di quella civiltà – quali soprattutto il rispetto del territorio, la convivenza solidale, la capacità di adattamento e di resilienza – meritano di essere tramandati e riconosciuti tuttora come fondamentali di una società civile.

Le famiglie contadine, tutte con numerosa prole (nonostante la mortalità infantile elevata), erano patriarcali e plurigenerazionali. La guida della famiglia era prerogativa dei vecchi: il padre, circondato da grande rispetto, prendeva le decisioni più importanti quali acquistare e vendere prodotti della terra e di allevamento, ma anche scegliere la moglie per il figlio, o il marito per la figlia, ricorrendo al “mediatur” o sensale.
La proprietà terriera orsarese era estremamente frammentata e solo il Conte e il Parroco possedevano campi sulla “Piana” e vigneti in collina dati a mezzadria o a conduzione. Il vino fu da sempre la coltura principe e di elevata qualità, benché le pendenze dei terreni vignati, talora inadatte all’aratura col bue, richiedessero il faticoso lavoro di vanga e zappa, a mano. Nel Settecento lo storico Saletta ricorda che il territorio era caratterizzato da “rocche e dirupi, talmente che quei sudditi, per hauere qualche raccolta….sudano col portarvi della terra di sopra….”. Considerato un Bene insostituibile il bue -comprimario del contadino nel traino del carro e nel dissodamento dei terreni- era oggetto di cura quotidiana come …un famigliare e, poiché la stalla aveva anche una porta comunicante con la cucina, “convivente” del padrone; la sua morte poteva diventare un dramma, se non si fosse potuto rimpiazzarlo.

ORGANIZZAZIONE SUL PIANO SOCIALE E AMMINISTRATIVO

Il mondo contadino fu caratterizzato da molte occasioni di lavoro comunitario ripetuto più volte durante l’annata agricola:

Quando si “batteva” il grano con la cavaglia prima, con la trebbiatrice poi;

quando si “sfogliava” il granoturco, di sera, nelle aie;

durante la vendemmia, quando si pigiava e, successivamente, si torchiava;

quando era ucciso e insaccato il maiale.

I Libri dei Convocati o raccolta di delibere del Consiglio comunale, dal 1530 documentano l’organizzazione della Comunità orsarese. Già nel ‘500 il Comune di Orsara possedeva il mulino e il forno, quali strutture essenziali per la vita degli amministrati; ad esse nel 600 si aggiunse la scuola.
Il mulino del Budello – citato per la prima volta nell’Atto di concessione del feudo di Orsara ai conti Lodrone successori dei Malaspina (1530), era al 50% della Comune, al 50% del feudatario.
I consiglieri comunali, tra i benestanti del paese (particulär) ma ancora in gran parte analfabeti, sottoscrivono gli atti del Comune con il segno di croce, però si preoccupano dell’istruzione dei loro figli. Il Comune assume un maestro, in genere un chierico, perché si “adoperi ad insegnare la buona grammatica, leggere e scrivere ai filij e, alla mattina, a tempo, a recitare il Santissimo Rosario in questa Parrocchia a comodo del popolo”. Talora anche ricorrendo a mezzi coercitivi drastici per mantenere la disciplina di ragazzi più avvezzi al lavoro che allo studio. Nel 1679, ad esempio, il Consiglio comunale “per ovviare a qualche criminalità” (ossia per evitare che ci scappi il morto) licenzia il “signor Giò Andrea Masenza chierico che serviva per maestro da scola codesta Comunità…per havere squarciato due orecchie con il stirazzamento al figlio di Giuseppe Vacha che si trova avere circa anni sette, con grande contusione di sangue.”

Nel ‘700 è documentata la proprietà del Comune su immobili concessi ai titolari di professioni a finalità sociale: il macello, l’osteria, la casa del vasaro artigiano di vasi per il vino o botti. Oltre alla barberia, destinata al barbiere – cerusico, con mansioni di chirurgo e di cavadenti e alla fucina, o laboratorio del maniscalco – veterinario. Nelle delibere comunali sono indicati anche diritti e doveri dei titolari dei vari servizi.

I VALORI FONDATIVI DELLA CIVILTÀ’ CONTADINA

Attaccamento al lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia, spirito di cooperazione e di reciproco aiuto attraverso il lavoro comunitario, onestà di comportamenti (la chiave di casa veniva lasciata, senza preoccupazione, nella toppa o sotto l’uscio), profondo sentimento religioso che favoriva la rassegnazione ad una vita di stenti, di privazioni e di soprusi costituirono i fondamentali del mondo contadino che non possono e non devono essere dimenticati in quanto sono le radici morali e spirituali anche del mondo attuale.
I Musei etnografici della civiltà contadina hanno la finalità  di mantenere vivo il ricordo di un passato povero e laborioso del quale ciascuno di noi deve andare orgoglioso.
Anche il nostro Museo, sorto nel 1996, persegue questo obiettivo.